Langhe, Roero e Monferrato patrimonio Unesco.
Sapevamo che il vino facesse più bella la vita, da oggi sappiamo che fa più bello anche il paesaggio.

langhe-patrimonio-unescoC’è solo un modo per capire come mai un paesaggio vitivinicolo – Langhe, Roero e Monferrato – sia diventato patrimonio dell’Unesco: andarci.

In effetti è sempre stato un mistero per me il perché queste zone siano piene di svizzeri, tedeschi e olandesi, ma non di siciliani, veneti, abruzzesi… La ragione probabilmente è proprio nel carattere dei piemontesi, di natura votato all’understatement e poco incline al marketing (Oscar Farinetti da questo punto di vista è un napoletano nato in Piemonte). Un carattere che è tutto nella massima esageruma nen: non esageriamo.

Anche perché a esagerare in questo angolo sud-orientale del Piemonte ci ha pensato la natura, con un paesaggio che ubriaca di bellezza. Un’incantevole distesa di colline, disegnate dalla terra e colorate dai vigneti: onde verdi in un mare di quiete. Praticamente il giardino dell’Eden, almeno per i seguaci del vino.

Un paesaggio così bello che è impossibile che produca vino cattivo. Infatti in questi 10.000 ettari ci sono ben 13 DOCG. Oltre al Barolo e al Barbaresco (tra i migliori vini al mondo anche se non si chiamano Barolò e Barbarescò), il Dolcetto di Dogliani, l’Alta Langa Spumante, la Barbera d’Asti e il Gavi, solo per fare dei nomi. Le Doc sono addirittura 27.

Nonostante tutto, la storia del vino da queste parti è una storia prevalentemente contadina, non aristocratica come in Toscana o nel Bordeaux. Fino al dopoguerra qui era fame nera, non diversa da tanto Sud. Cristo non si è fermato solo a Eboli: “Dio non fu mai tra noi” dice Agostino, protagonista de “La Malora”, il romanzo di Fenoglio che racconta le Langhe di quel tempo. Quando ai piedi si aveva solo un paio di zoccoli (ed erano le scarpe invernali, il resto dell’anno si girava scalzi), e ci si nutriva solo di polenta con le alici, anzi con un’alice, sempre la stessa: non si mangiava, si conservava sotto sale e ci si sfregava sopra la polenta per insaporirla.

Poi l’industrializzazione con lo svuotamento delle campagne; la lenta presa di coscienza a partire dagli anni 60 delle potenzialità vitivinicole di queste terre grazie a produttori come Angelo Gaya, Giovanni Conterno, Renato Ratti, Bartolo Mascarello, Cesare Borgogno (alcuni dei quali partivano alla conquista del mondo con la ventiquattrore piena di bottiglie); il boom degli anni 80, in cui Barolo e Barbaresco finalmente si affermano; fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui una vigna molto pregiata nelle Langhe patrimonio Unesco può costare più di 1 milione di euro all’ettaro.

Che altro aggiungere? Come avrebbe detto Rutelli: “Please visit Langhe, Roero and Monferrato…”

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Daniele Agliata

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